|
Secondo alcuni scrittori l'origine della beatificazione e della canonizzazione
nella Chiesa Cattolica si deve far risalire all'antica e pagana apoteosi, cioè
la deificazione, l'esaltazione di uomini al rango di dei, la consacrazione a divinità
di eroi o capi, come premio per il loro coraggio o per altri grandi meriti, un fenomeno
strettamente legato al culto universale dei morti nella storia di tutti i popoli
primitivi. Nella sua classica opera sull'argomento (De Servorum Dei Beatificatione
et Beatorum Canonizatione) Papa Benedetto XIV (1675-1758) esamina e rifiuta subito
dall'inizio questa visione. Egli mostra così bene le differenze sostanziali
tra di esse, che nessuna persona che ragioni rettamente può da allora confondere
le due istituzioni o far derivare una dall'altra. Materia riservata agli storici
è determinare coloro che furono elavati all'onore dell'apoteosi, su che basi,
e con l'autorità di chi; non meno chiaro è il significato che a ciò
veniva attribuito. Spesso il decreto era emanato in base all'affermazione di una
singola persona (probabilmente corrotta con denaro o solleticata con promesse,
e con l'intento di fissare l'inganno in modo più sicuro nelle menti di un
popolo già superstizioso) che mentre il corpo della nuova divinità
era bruciato, un aquila, se si trattava di imperatori, o un pavone (l'uccello sacro
a Giunone), se si trattava delle loro consorti, era stata vista portare in cielo
lo spirito del defunto (Livio, Historia Romae, I, xvi; Erodiano, Historia Romae,
IV, ii, iii). L'apoteosi era riservata alla gran parte dei membri della famiglia
imperiale, di cui era esclusivo privilegio. Nessuna importanza veniva data alle
virtù o a rimarchevoli successi. Si faceva spesso ricorso a tale forma di
deificazione per distrarre l'odio popolare dalla crudeltà degli imperatori.
Si dice che Romolo fu deificato dai senatori che lo avevano ucciso; Poppea ottenne
la propria apoteosi dal suo amante imperiale, Nerone, dopo che egli l'aveva uccisa
a forza di calci; Geta ricevette tale onore da suo fratello Caracalla, che lo aveva
eliminato per gelosia.
La Canonizzazione nella Chiesa Cattolica è tutta un'altra realtà.
La Chiesa Cattolica canonizza o beatifica coloro le cui vite sono state segnate
dall'esercizio di virtù eroiche, e soltanto dopo che ciò è
stato provato dalla diffusa reputazione di santità e con argomenti decisivi.
La differenza capitale, comunque, risiede nel significato del termine canonizzazione,
in quanto la Chiesa vede nei santi nulla più che degli amici e servi di Dio,
le cui sante vite li hanno resi degni del Suo speciale amore. Essa non pretende
di farne degli dei (cf. Eusebio Emiseno, Serm. de S. Rom. M.; Agostino, De Civitate
Dei, XXII, x; Cirillo Alessandrino, Contra Jul., lib. VI; Cipriano, De Exhortat.
martyr.; Conc. Nic., II, act. 3).
Le vere origini della canonizzazione e della beatificazione devono essere ricercate
nella dottrina cattolica del culto (cultus), invocazione, e intercessione dei santi.
Come insegna Sant'Agostino (Quaest. in Heptateuch., lib. II, n. 94; Contra Faustum,
lib. XX, xxi), i Cattolici, mentre danno a Dio solo l'adorazione strettamente detta,
onorano i santi per i divini doni soprannaturali che hanno fatto loro meritare la
vita eterna, e attraverso i quali regnano con Dio nella patria celeste come Suoi
figli prediletti e servi fedeli. In altre parole, i Cattolici onorano Dio nei suoi
santi come amorevole distributore di doni soprannaturali. Il culto di latria (latreia),
o stretta adorazione, è dato a Dio solo; il culto di dulia (douleia), o onore
e umile riverenza, è riservato ai santi; il culto di iperdulia (hyperdouleia),
una più alta forma di dulia, appartiene, tenuto conto della sua maggiore
eminenza, alla Beata Vergine Maria. La Chiesa (Aug., Contra Faustum, XX, xxi, 21;
cf. De Civit. Dei, XXII, x) erige i suoi altari a Dio solo, sebbene in onore e memoria
dei santi e dei martiri. Vi è un fondamento biblico per tale culto nei passi
in cui si è invitati a venerare gli angeli (Es, xxiii, 20 ss; Gs, v, 13 ss;
Dan, viii, 15 ss; x, 4 ss; Lc, ii, 9 ss; At, xii, 7 ss; Ap, v, 11 ss; vii, 1 ss;
Mt, xviii, 10; ecc.), dai quali i santi non sono dissimili, in quando partecipi
dell'amicizia di Dio. E se San Paolo supplica i fratelli (Rom., xv, 30; II Cor.,
i, 11; Col., iv, 3; Ephes., vi, 18, 19) ad aiutarlo con le loro preghiere per lui
a Dio, si deve a maggior ragione ritenere che si può essere aiutati dalle
preghiere dei santi, e implorare la loro intercessione con umiltà. Se si
possono supplicare coloro che vivono ancora sulla terra, perché non coloro
che vivono in cielo?
Si obietta che l'invocazione dei santi si oppone all'unica mediazione di Gesù
Cristo. C'è invero "un solo mediatore tra Dio e l'uomo, l'uomo Cristo
Gesù". Ma Egli è nostro mediatore nella Sua qualità di
nostro comune Redentore; Egli non è il solo nostro intercessore o avvocato,
o il nostro solo mediatore per mezzo della supplica. Nell'undicesima sessione del
Concilio di Calcedonia (451) si trova che i Padri esclamano: "Flaviano vive
dopo la morte! Possa il Martire pregare per noi!". Se si accetta questa dottrina
del culto dei santi, di cui ci sono innumerevoli prove negli scritti dei Padri e
nelle liturgie delle Chiese Orientali ed Occidentali, non ci si dovrà meravigliare
dell'amorevole cura con cui la Chiesa si impegnò a scrivere delle sofferenze
dei primi martiri, a inviare questi resoconti da un'assemblea di fedeli all'altra,
e a promuovere la venerazione dei martiri.
Basti un solo esempio. Nella lettera enciclica della Chiesa di Smirne (Eus., Hist.
Eccl., IV, xxiii) si trova menzione della celebrazione liturgica del giorno in cui
San Policarpo patì il martirio (23 Febbraio 155); e le parole del passo esprimono
esattamente il fine principale che la Chiesa persegue nella celebrazione di tali
anniversari:
Alla fine abbiamo raccolto le sue ossa, che sono per noi più preziose di
gemme inestimabili e più pure dell'oro, e le abbiamo messe a riposare dove
era adatto che dovessero giacere. E se ci sarà possibile riunirci ancora,
possa Dio concederci di celebrare la ricorrenza del suo martirio con gioia, in modo
da fare memoria di coloro che hanno lottato nel glorioso combattimento, e in modo
da istruire e rafforzare con il suo esempio, coloro che verranno dopo di noi.
Tale celebrazione dell'anniversario e venerazione dei martiri era un servizio di
ringraziamento e di felicitazione, un segno e una prova della gioa di coloro che
a ciò si impegnavano (Muratori, De Paradiso, x), e la sua generale diffusione
spiega perché Tertulliano, sebbene asserisca con i Chiliasti che il giusto
morto otterrà gloria eterna soltanto dopo la generale resurrezione della
carne, ammette un'eccezione per i martiri (De Resurrectione Carnis, xliii.
Deve essere evidente, tuttavia, che mentre la certezza morale privata della loro
santità e possesso della gloria celeste può bastare per la venerazione
privata del santi, non può bastare per gli atti pubblici e comuni di questo
tipo. Nessun membro di un corpo sociale può, indipendentemente dalla sua
autorità, effettuare un atto proprio di quel corpo. Segue naturalmente che
per la venerazione pubblica dei santi è stata costantemente richiesta l'autorità
ecclesiastica dei pastori e dei capi della Chiesa. La Chiesa, in effetti, ha avuto
a cuore l'onore dei martiri, ma essa non ha perciò indiscriminatamente concesso
onori liturgici a tutti coloro che sono morti per la Fede. San Optato di Mileve,
che scrisse alla fine del quarto secolo, narra (De Schism, Donat., I, xvi, in P.l.,
in XI, in 916-917) di una certa nobildonna, Lucilla, che fu ripresa da Ceciliano,
Arcidiacono di Cartagine, per aver baciato prima della Santa Comunione le ossa di
un tale che o non era martire o il cui diritto a tale titolo non era provato.
La decisione riguardo all'esser morto il martire per la sua fede in Cristo, e la
conseguente concessione del culto, originariamente spettava al vescovo del luogo
in cui egli aveva sostenuto la sua testimonianza. Il vescovo indagava sul motivo
della sua morte e, se scopriva che era morto da martire, inviava il suo nome con
un resoconto del suo martirio alle altre chiese, specialmente quelle vicine, in
modo che, nel caso di approvazione da parte dei loro rispettivi vescovi, il culto
del martire potesse estendersi anche alle loro chiese, e in modo che il fedele,
come si legge di Sant'Ignazio negli "Atti" del suo martirio (Ruinart,
acta Sincera Martyrum, 19), "possa stare in comunione con il generoso martire
di Cristo (generoso Christi martyri communicarent)". I martiri la cui causa,
si potrebbe dire, era stata discussa, e la fama del loro martirio era stata confermata,
erano riconosciuti come martiri approvati (vindicati). Per quanto concerne il termine
esso probabilmente non è antecedente al quarto secolo, quando venne introdotto
nella Chiesa a Cartagine; ma il fatto è certamente più antico. Nei
primi tempi, quindi, questo culto dei santi era del tutto locale e passò
da una chiesa all'altra con il permesso dei loro vescovi. Ciò risulta evidente
dal fatto che in nessuno degli antichi cimiteri cristiani si sono ritrovate delle
pitture di martiri tranne di quelli che avevano sofferto in quelle vicinanze. Ciò
spiega anche la quasi universale venerazione tributata molto rapidamente ad alcuni
martiri, per esempio, San Lorenzo, San Cipriano di Cartagine, Papa San Sisto di
Roma [Duchesne, Origines du culte chrétien (Parigi, 1903), 284].
Il culto dei confessori - di quelli, cioè, che sono morti pacificamente dopo
una vita di virtù eroica - non è tanto antico quanto quello del martiri.
Il termine stesso riceve un significato differente dopo i primi tempi cristiani.
All'inizio era concesso a coloro che avevano confessato Cristo durante degli interrogatori
alla presenza di nemici della Fede (Baronius, nelle sue note a Ro. Mart., 1 Gennaio,
D), o, come Papa Benedetto XIV spiega (op, cit., II, c. ii, n. 6), a coloro che
erano morti pacificamente dopo aver confessato la Fede davanti ai tiranni o ad altri
nemici della religione Cristiana, ed avevano subito torture o avevano sofferto
altre punizioni di qualsiasi natura. In seguito, i confessori furono coloro che
aveva vissuto una vita santa e la avevano terminata con una morte santa nella pace
Cristiana. È in questo senso che ora si parla del culto tributato ai confessori.
Fu nel quarto secolo, come è ritenuto comunemente, che ai confessori furono
per la prima volta dati onori ecclesiali pubblici, sebbene fosseroso occasionalmente
elogiati in termini ardenti dai primi Padri, e sebbene da San Cipriano è
dichiarato che un'abbondante ricompensa (multiplex corona) spetta loro (De Zelo
et Livore, col. 509; cf. Innoc. III, De Myst. Miss., III, x; Benedetto XIV, op.
cit., I, v, n. 3 ss; Bellarmino, De Missa, II, xx, n. 5). Ancora Bellarmino si dice
incerto sul momento in cui i confessori hanno cominciato ad essere oggetto del culto,
e asserice che non sia avvenuto prima dell'800, quando le feste dei Santi Martino
e Remigio si trovano nel catalogo delle feste elaborate dal Concilio di Mainz. Questa
opinione di Innocenzo III e Benedetto XIV è confermata dall'approvazione
implicita di San Gregorio Magno (Dial., I, xiv, and III, xv) e da fatti ben attestati;
in Oriente, per esempio, Ilario (Sozomen, III, xiv, e VIII, xix), Ephrem (Greg.
Nyss., Orat. in laud. S. Ephrem), e altri confessori erano onorati pubblicamente
nel quarto secolo; e, in Occidente, San Martino di Tours, come è raccolto
chiaramente nei più antichi Breviari e nel Messale Mozarabico (Bona, Rer.
Lit., II, xii, no. 3), e Sant'Ilario di Poitiers, come può essere mostrato
dal Messale assai antico conosciuto come "Missale Francorum", erano oggetto
di un tale culto nello stesso secolo (Martigny, Dictionnaire des antiquités
chrétiennes, s.v. Confesseurs).
Il motivo di questa venerazione risiede, senza dubbio, nella rassomiglianza delle
vite piene di rinunce ed eroicamente virtuose dei confessori alle sofferenze dei
martiri; tali vite hanno potuto davvero essere chiamate martíri prolungati.
Naturalmente, quindi, tale onore fu dapprima riservato agli asceti (Duchesne, op.
cit., 284) e soltanto in seguito a coloro che le cui vite rassimigliavano all'esistenza
davvero penitenziale e straordinaria degli asceti. Ciò è talmente
vero che i confessori stessi sono spesso chiamati martiri. San Gregorio Nazianzeno
chiama martire San Basilio (Orat. de laud., P.L., XXXVI, 602); San Giovanni Crisostomo
applica lo stesso titolo a Eustachio di Antiochia (Opp. II, 606); San Paolino di
Nola scrive di San Felice di Nola che ha guadagnato gli onori celesti, sine sanguine
martyr ("martire senza sangue" - Poem., XIV, Carm. III, v, 4); San Gregorio
Magno designa Zeno di Verona come martire (Dial. III. xix), e Metronio dà
a San Roterio lo stesso titolo (Acta SS., II, 11 Maggio, 306). Più tardi,
i nomi dei confessori furono inseriti nei dittici, e fu loro riservato il dovuto
rispetto. Le loro tombe erano onorate (Martigny, loc. cit.) con lo stesso titolo
(martyria) di quelle del martiri. Restò vero, tuttavia, in ogni periodo che
non era lecito venerare dei confessori senza il permesso dell'autorità ecclesiastica,
così come lo era stato per venerare dei martiri (Benedetto XIV, loc. cit.,
vi).
Si è visto che per molti secoli i vescovi, in alcuni luoghi soltanto i primati
ed i patriarchi (August., Brevic. Collat. cum Donatistis, III, xiii, n. 25 in P.L.,
XLIII, 628), potevano concedere ai martiri e ai confessori l'onore ecclesiale pubblico;
tale onore, tuttavia, fu sempre soltanto decretato per il territorio locale sul
quale il concedente aveva giurisdizione. Eppure, era soltanto l'accettazione del
culto da parte del Vescovo di Roma che lo rendeva universale, poiché lui
soltanto poteva dare permessi o comandi nella Chiesa Universale [Gonzalez Tellez,
Comm. Perpet. in singulos textus libr. Decr. (III, xlv), in cap. i, De reliquiis
et vener. Sanct.]. Tuttavia, ci furono abusi in questa forma di disciplina, dovuti
tanto alle sconsideratezze del fervore popolare quanto alla mancanza di cura di
alcuni vescovi nell'indagare sulle vite di colore che consentivano di essere onorati
come santi. Verso la fine dell'undicesimo secolo i papi ritennero necessario limitare
l'autorità episcopale su questo punto, e decretarono che le virtù
e i miracoli di persone proposte per la venerazione pubblica avrebbero dovuto essere
esaminati durante i concili, più particolarmente durante i concili generali.
Papa Urbano II, Papa Calisto II e Papa Eugenio III seguirono questa linea di condotta.
Accadde, perfino dopo questi decreti, che "alcuni, seguendo il modo dei pagani
e ingannati dall'inganno del maligno, hanno venerato come santo un uomo che era
stato ucciso mentre era ubriaco". Papa Alessandro III (1159-81) colse l'occasione
per proibire la sua venerazione con queste parole: "Per il futuro non si presuma
di tributargli reverenza, poiché, perfino se dei miracoli fossero operati
per suo tramite, ciò non permetterebbe di reverirlo come santo a meno che
non vi sia l'autorizzazione della Chiesa Romana" (c. i, tit. cit., X. III,
xlv). I teologi non concordano per quanto concerne l'assoluta importanza di questo
decreto. O venne promulgata una nuova legge (Bellarmino, De Eccles. Triumph., I,
viii), nel qual caso il papa poi per la prima volta si riservò il diritto
di beatificazione, o venne confermata una legge preesistente. Poichè il decreto
non pose fine a tutta la controversia, ed alcuni vescovi non gli obbedirono per
quanto concerneva la beatificazione (diritto che essi certamente avevano posseduto
fino ad allora), Urbano VII pubblicò, nel 1634, una Bolla che mise fine a
tutta la discussione riservando esclusivamente alla Santa Sede non soltanto il
suo antico diritto di canonizzazione, ma anche quello di beatificazione.
|